Perché reagiamo sempre allo stesso modo? Il ruolo dei Modelli Operativi Interni
Ti è mai capitato di sapere razionalmente che una situazione non è così grave, eppure sentirti comunque in allarme?
Oppure di desiderare una relazione, ma quando qualcuno si avvicina sentire il bisogno di prendere le distanze? O, al contrario, di avere continuamente bisogno di conferme, anche quando l'altra persona non sembra aver dato alcun motivo concreto per dubitare di te?
A volte possiamo renderci conto che una determinata reazione non ci aiuta, e tuttavia continuiamo a ripeterla.
Questo accade perché il nostro modo di interpretare ciò che viviamo non dipende soltanto da quello che sta succedendo nel presente. Le esperienze che abbiamo fatto nel corso della nostra storia contribuiscono a costruire delle rappresentazioni relativamente stabili di noi stessi, degli altri e delle relazioni.
In psicologia, questi sistemi di rappresentazione vengono descritti anche attraverso il concetto di Modelli Operativi Interni.
Che cosa sono i Modelli Operativi Interni?
Il concetto di Modello Operativo Interno (Internal Working Model) è stato sviluppato nell'ambito della teoria dell'attaccamento, a partire dal lavoro di John Bowlby.
Bowlby ipotizzava che, attraverso le prime esperienze relazionali, il bambino costruisca progressivamente delle rappresentazioni riguardanti almeno due aspetti fondamentali: “Come sono io per gli altri?” e “Che cosa posso aspettarmi dagli altri?”
Attraverso le esperienze ripetute con le figure di accudimento, il bambino può quindi sviluppare aspettative relativamente stabili riguardo alla disponibilità degli altri, alla possibilità di ricevere aiuto, alla propria capacità di essere accolto e al modo in cui le relazioni funzionano.
Queste rappresentazioni non rimangono necessariamente confinate all'infanzia.
Nel corso dello sviluppo possono diventare una sorta di mappa interna attraverso la quale interpretiamo le esperienze relazionali. I Modelli Operativi Interni possono infatti orientare il modo in cui prestiamo attenzione ai segnali relazionali, li interpretiamo e formuliamo aspettative rispetto a ciò che potrebbe accadere.
Una mappa, non una regola immutabile
È importante non immaginare il Modello Operativo Interno come un programma rigido che determina automaticamente il nostro comportamento.
Non siamo condannati a ripetere per tutta la vita ciò che abbiamo imparato nelle prime relazioni.
Piuttosto, possiamo pensare ai MOI come a modelli che orientano il modo in cui interpretiamo le situazioni e formuliamo aspettative, soprattutto nelle esperienze relazionali emotivamente significative.
Per esempio, se una persona ha sviluppato l'aspettativa che gli altri siano poco disponibili o difficili da raggiungere, potrebbe essere particolarmente sensibile ai segnali di distanza.
Un'altra persona, invece, potrebbe essere molto attenta ai segnali che indicano possibile rifiuto o abbandono e avere bisogno di continue rassicurazioni.
Non significa che queste interpretazioni siano necessariamente corrette. Significa che il nostro sistema può prestare maggiore attenzione a informazioni coerenti con le aspettative che abbiamo sviluppato, influenzando il modo in cui interpretiamo ciò che accade.
Quando il passato influenza il presente
Immaginiamo una persona che scrive a qualcuno a cui tiene e non riceve risposta per alcune ore.
Il fatto è semplicemente: “Non ha ancora risposto.” Ma il significato attribuito a quel fatto può essere molto diverso.
Una persona potrebbe pensare: “Probabilmente è impegnato.”
Un'altra: “Forse ce l'ha con me.”
Un'altra ancora: “Probabilmente non gli interesso abbastanza.”
La situazione esterna è la stessa, ciò che cambia è il significato che viene attribuito all'esperienza.
I Modelli Operativi Interni possono contribuire proprio a orientare questo processo: influenzano le aspettative, la percezione dei segnali relazionali e, di conseguenza, anche le nostre risposte emotive e comportamentali.
Non riguardano soltanto le relazioni sentimentali
Quando si parla di attaccamento, si tende spesso a pensare esclusivamente alle relazioni di coppia. In realtà, i modelli che costruiamo riguardano più in generale il modo in cui viviamo le relazioni significative.
Possono influenzare il modo in cui chiediamo aiuto, affrontiamo la vicinanza emotiva, reagiamo al conflitto, interpretiamo le critiche e gestiamo la distanza dagli altri.
Possono emergere, per esempio, nel rapporto con amici, partner, familiari e, in alcuni casi, anche nelle relazioni professionali.
E se mi accorgo di ripetere sempre lo stesso schema?
Una delle caratteristiche più interessanti dei MOI è che possono contribuire a spiegare perché alcune persone si ritrovino a vivere situazioni relazionali apparentemente simili, anche quando desidererebbero qualcosa di diverso.
Questo non significa che scelgano consapevolmente di soffrire o che “cerchino sempre lo stesso tipo di persona”.
Significa piuttosto che ciò che ci è familiare può risultare più facilmente riconoscibile e prevedibile, anche quando non è necessariamente ciò che desideriamo.
Inoltre, le nostre aspettative possono influenzare il comportamento degli altri e, in alcuni casi, contribuire a creare dei veri e propri cicli relazionali.
Per esempio, una persona che teme di essere rifiutata potrebbe cercare frequentemente rassicurazioni. L'altra persona potrebbe sentirsi sotto pressione e prendere distanza. Questa distanza potrebbe allora essere interpretata come conferma della paura iniziale.
Si crea così un circolo che può diventare difficile da interrompere.
I Modelli Operativi Interni possono cambiare?
Sì, ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti. Le esperienze successive possono modificare, ampliare o rendere più flessibili le rappresentazioni che abbiamo costruito. I modelli sviluppati nelle prime relazioni non devono infatti essere considerati necessariamente immutabili: le esperienze relazionali successive possono contribuire alla loro revisione.
Nuove relazioni, esperienze di accudimento, amicizie significative e soprattutto relazioni caratterizzate da sicurezza e affidabilità possono offrire esperienze differenti da quelle precedentemente sperimentate.
Anche un percorso psicologico può rappresentare uno spazio nel quale osservare questi schemi, comprenderne l'origine e sperimentare modalità differenti di entrare in relazione.
L'obiettivo non è cancellare il proprio passato, ma comprendere come il passato continui eventualmente a influenzare il presente e sviluppare una maggiore libertà nella scelta di come reagire.
Comprendere prima di cambiare
A volte diciamo a noi stessi: “So che non dovrei reagire così”, ma sapere razionalmente qualcosa non significa necessariamente riuscire a sentirlo o comportarsi di conseguenza.
Le nostre reazioni emotive possono essere il risultato di sistemi di significato costruiti nel tempo e attivati rapidamente, spesso prima che intervenga una riflessione consapevole.
Per questo, invece di chiederci semplicemente: “Perché faccio sempre così?”, può essere più utile iniziare a chiederci: “Che cosa mi aspetto che accada in questa situazione?”, “Che cosa significa per me il comportamento dell'altra persona?”, “Che cosa temo possa succedere?”, “Da dove potrebbe provenire questa aspettativa?”
Queste domande possono aprire uno spazio di comprensione.
E quando comprendiamo meglio il funzionamento dei nostri schemi, possiamo iniziare a costruire modalità più flessibili di stare nelle relazioni e affrontare le esperienze.
Riferimenti
Bowlby, J. (1969/1982). Attachment and Loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.
Bowlby, J. (1973). Attachment and Loss: Vol. 2. Separation: Anxiety and Anger. Basic Books.
Bowlby, J. (1980). Attachment and Loss: Vol. 3. Loss: Sadness and Depression. Basic Books.
Bretherton, I., & Munholland, K. A. (2008). Internal working models in attachment relationships: Elaborating a central construct in attachment theory. In J. Cassidy & P. R. Shaver (Eds.), Handbook of Attachment: Theory, Research, and Clinical Applications (2nd ed.). Guilford Press.
Liotti, G., & Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Raffaello Cortina.